Sara Cabitza - Ingengera e Sognatrice in Formula Uno

Sara Cabitza. Ingegnera e Sognatrice in Formula Uno

I SOGNI SONO PROGETTI REALIZZABILI.

Siamo felici di parlare con Sara Cabitza, ingegnera di Formula Uno, e di presentarvela. Una donna che fortemente creduto nei suoi sogni di bambina.

Da piccole, alla domanda “Cosa farai da grande” era bello lasciar galoppare la fantasia e immaginare possibile ogni sogno. Potevamo rispondere qualsiasi cosa, tutto era realizzabile, tutto raggiungibile. Astronauta, ballerina, ingegnera, scrittrice, esploratrice…

C’è stato un momento in cui abbiamo smesso di crederci? Quando abbiamo iniziato a pensare che non fosse così?

 

QUANDO ABBIAMO INIZIATO A PENSARE CHE I SOGNI ERANO ILLUSIONI IN CUI CULLARSI E NON PROGETTI REALI, POSSIBILI, RAGGIUNGIBILI?

Noi donne, si sa, iniziamo presto a fare i conti con la realtà. Dura a volte, spietata se la si lascia governare. Quella dei compromessi, delle rinunce, del “prima gli altri”, “non sono in grado”, “forse chiedo troppo”.

Viviamo un momento storico in cui pericolosamente le conquiste che le nostre madri, le nostre nonne, hanno con gioia e determinazione raggiunto, rischiano di perdersi.

 

È QUESTO IL MOMENTO DI RIPENSARE ALLE NOSTRE VITE, A NOI DONNE COME SOGNATRICI.

Essere Sognatrici non significa vivere immaginando mondi irreali e irrealizzabili.
Essere Sognatrice significa credere nelle proprie potenzialità, nella forza dei propri desideri, nella capacità di realizzarli.

Nel nostro diritto a poter dire alle bambine che siamo state: “Ecco, io ho preso il tuo sogno e l’ho realizzato, mi sono presa cura dei tuoi progetti, li ho coltivati e fatti fiorire”.

 

È IL MOMENTO DI PARLARE DI NOI.

Fino a pochi anni fa molti ruoli della società erano ancora preclusi alle donne. Ancora oggi c’è difficoltà persino nel declinare quegli stessi ruoli al femminile, escludendo, di fatto, le donne dalla possibilità anche solo di sentir pronunciare la loro posizione e, di conseguenza, di farle scomparire.

Noi pensiamo che sia il momento di parlare di queste donne. Che hanno saputo credere nei propri Sogni, in maniera istintiva, reale, che hanno formato la propria vita seguendoli, superando paure e pregiudizi, laddove li hanno trovati.

 

SARA CABITZA, UN’INGEGNERA, UNA SOGNATRICE.

Siamo felici di parlar di Sara, che incarna perfettamente quel tipo di donna che ci piace raccontare. Nata e cresciuta a Gonnosfanadiga, un piccolo centro della Sardegna, Sara ci descrive come la sua vita e la Formula Uno siano sempre state intrecciate.

“La mia passione per la Formula Uno è iniziata molto presto, quando da bambina guardavo le gare con mio padre. Non ho mai smesso di esserne incuriosita e affascinata, finché negli anni dell’adolescenza è diventata una vera e propria passione.
Ho frequentato il liceo classico e già a partire dalla quinta ginnasio non facevo altro che parlare della Ferrari e di Schumacher, avevo un quaderno ad anelli della Ferrari (che ancora conservo gelosamente) e andavo a scuola vestita di rosso ogni volta che il cavallino aveva vinto un gran premio.”

 

COME SI DIVENTA INGEGNERA IN FORMULA UNO?

Ci piace ascoltare il suo racconto. È questo il momento cruciale, Sara sceglie di assecondare le proprie aspirazioni. Tutte noi possiamo e dobbiamo iniziare ad ascoltarci e seguire con sicurezza la strada che riteniamo più giusta per noi stesse.

“È stato naturale per me iscrivermi in ingegneria meccanica e crearmi un percorso di studi che mi avvicinasse il più possibile al mondo dei motori. Verso la fine della Laurea Specialistica con alcuni colleghi ho fondato il team di Formula SAE dell’Università degli Studi di Cagliari, di cui sono stata team leader per due anni.

La Formula SAE è una competizione internazionale in cui degli studenti universitari si sfidano nel progettare, realizzare e testare in pista un’auto a ruote scoperte, stile formula. Questa esperienza mi ha avvicinato ancora di più al mondo delle corse e mi ha fatto capire che questo era esattamente ciò che volevo fare.

 

DOPO LA LAUREA.

Nel 2008, e una breve parentesi in cui ho dato l’esame di Stato e ho lavorato in Belgio al Von Karman Institute (un istituto di ricerca della NATO), sono partita per l’Inghilterra per iniziare un dottorato in aerodinamica all’Imperial College di Londra. In questo contesto ho cercato di imparare il più possibile e di fare esperienze extra-curricolari che mi avvicinassero il più possibile alla Formula Uno.

Alla fine del mio dottorato, dopo aver mandato solo due curricola, ho ottenuto un lavoro dopo il primo colloquio come Junior Aero Performance Engineer in Force India F1. Ho tenuto questa posizione per due anni, ma ho poi deciso di cambiare team e di passare allo sviluppo aerodinamico, che è quello che faccio ora in Renault F1.”

 

LAVORARE NEL TEAM RENAULT.

“Il mio lavoro attuale inizia da un concetto di sviluppo aerodinamico che possa portare dei vantaggi alla macchina. Dall’idea si passa a un disegno tecnico in CAD, che può essere fatto da me o da un surfacer (una delle figure professionali che fanno parte dei team di Formula Uno).

Una volta che il disegno è completo, la superficie viene da me data in pasto al codice di simulazione aerodinamica, il cosiddetto CFD: questo è un processo iterativo, in cui l’idea iniziale viene migliorata a seconda dei risultati della simulazione.

Una volta che sono soddisfatta dei risultati ottenuti, la nuova geometria può essere testata in galleria del vento. La versione finale della superficie viene inviata al model designer, la figura professionale che si occupa di trasformare le semplici superfici in veri e propri disegni tecnici, così che i pezzi possano essere prodotti dall’officina. La geometria viene così testata in galleria del vento dall’aerodinamico di turno.

Quando arriva il mio turno in galleria del vento, seguo un programma che contiene le indicazioni dell’aerodinamico che ha progettato le parti.

Durante la sessione di prova è mia responsabilità dare indicazioni ai tecnici su cosa montare, controllare che il modello sia in ordine e che non ci siano errori nel setup, controllare i risultati dopo ogni test ed eventualmente decidere se una parte merita di restare sul modello per i test successivi.

Le parti che superano positivamente i test in galleria vengono prodotte in scala 100% (il modello in galleria ha dimensioni pari al 60% della vettura reale) e testate in pista nella sessione di prove del venerdì. Se i risultati in pista sono positivi, la parte andrà a far parte della macchina anche durante le gare successive.

 

INGEGNERA, DONNA.  SÌ, SI PUÒ.

Certamente non è stato facile. Sara ci tiene a precisare:

Mi sono sentita sola a volte. La condizione della donna è decisamente migliorata, ma non per questo il sessismo è morto. Essere una donna in questo ambiente è dura. Si è spesso giudicate troppo deboli, o non in grado prima ancora di essere state messe alla prova.

Ci si deve inserire in un ambiente creato dagli uomini per gli uomini, in cui a volte la presenza femminile può spiazzare o mettere a disagio persone che non hanno mai avuto a che fare con una donna in un ambiente simile. È importante non far pesare questa differenza, e il tutto può filare tranquillamente liscio.

È molto difficile trovare un equilibrio fra il farsi rispettare e l’essere considerate una strega che odia gli uomini, o viceversa l’essere gentile e rispettosa e diventare il bersaglio preferito di tutti gli episodi di bullismo. Io stessa ho sperimentato e assistito a scene non esattamente piacevoli, e ho visto donne abbandonare per motivi legati a come erano trattate sul posto di lavoro.

Al momento sono l’unica donna in tutto il dipartimento, che conta all’incirca 100 ingegneri più i tecnici che lavorano in galleria del vento e in officina.

 

DONNE, CREDETE IN VOI STESSE E NEI SOGNI DELLE ALTRE DONNE.

Essere una precorritrice non è facile, ma vale tutta la soddisfazione di vedere realizzato quel percorso per cui si è lavorato tanto.

Ci siamo chieste se possa, nella mente di una bimba, fare la differenza vivere in un ambiente che instilla sicurezza, che incoraggia allo studio delle materie scientifiche – storicamente appannaggio maschile – se possa, in sostanza, essere d’aiuto sapere che altre donne ce l’hanno fatta e che la paura si può superare.

Sono infatti sempre di più le donne che rompono il famoso soffitto di cristallo.

Sara risponde:

Senza dubbio le donne devono essere incoraggiate già dalla tenera età a credere in se stesse e a buttarsi in quelle che sono le loro passioni, senza pregiudizi di genere. Credo che l’età fondamentale sia l’adolescenza, in cui, forse per una necessità di affermarsi e di crearsi un’identità, le ragazze abbandonano certe passioni considerate meno femminili per rientrare maggiormente nei canoni.

Vorrei che fosse insegnato a tutti i bambini che non esistono mestieri da maschio e da femmina. Entrambi i sessi possono contribuire a settori diversi in maniera differente, costituendo così un arricchimento e aiutandone la crescita.

Potrei consigliare il mio percorso, certo, anche se non penso di aver scelto la strada più breve o più semplice per arrivare fin qui. Tuttavia mi sento di dover fare un avvertimento: un percorso di questo tipo non è privo di ostacoli, e impone tanti sacrifici.

Sin da piccola ho sempre avuto passioni che potevano forse essere più comuni per un bambino che per una bambina. Sono stata fortunata perché, quando all’età di sette anni proclamavo di voler fare l’astronauta, nessuno mi ha mai detto “quello è un lavoro da maschio, le donne non vanno nello spazio”. È importante lasciare che i bambini e le bambine siano liberi di sognare. I sogni non hanno genere.”

In questo un pensiero al suo sostenitore fin da bambina: “Mio padre. Il fatto che lui fosse un ingegnere mi ha ispirato a seguire lo stesso percorso, e lui stesso mi ha sempre incoraggiato a credere in me stessa e nelle mie capacità.

 

DAL PICCOLO CENTRO DELLA SARDEGNA AL REGNO UNITO, ALL’INTERNO DI UNA DELLE PIÙ FAMOSE SCUDERIE DI FORMULA UNO. COSA SI PROVA A FARE IL GRANDE SALTO? 

A volte mi sono guardata indietro e ho pensato che ho fatto una strada impressionante considerando da dove sono partita. Dopo tanti anni ho imparato a passare da un Paese all’altro senza troppi traumi, ma inizialmente erano proprio le piccole cose che mi facevano pensare di più.

Notavo cose della società sarda che non avevo mai osservato in tutta la mia vita, come l’uniformità delle persone per esempio. In Inghilterra agli inizi anche fare la spesa o dedurre una distanza da una mappa mi faceva venire dei dubbi: ho dovuto imparare a ragionare in pinte, libbre, pollici, iarde e miglia.”

 

CRESCERE IN SARDEGNA.

Nonostante tutto, l’aver avuto la possibilità di nascere e vivere in Sardegna, ha consegnato a Sara un bagaglio unico.

Penso che le differenze siano una ricchezza. Ho parlato delle mie radici con persone nate e cresciute a Londra ma anche in altre grandi città. Mi sono resa conto che la mia esperienza dell’essere cresciuta in un piccolo centro, a contatto con la natura e con persone che fanno lavori legati alla pastorizia o all’agricoltura è stata una parte importante e unica della mia formazione personale.

Nulla di quello che è disponibile in una metropoli può rimpiazzare queste conoscenze.

Ci sono cose che non s’imparano dai libri, ed io ho avuto la fortuna di essere esposta almeno a una parte di esse. Per imparare il resto c’è tempo, e in ogni caso le due cose non si escludono a vicenda. Per questo motivo, se un giorno dovessi decidere di avere dei figli, vorrei che potessero crescere in un ambiente il più possibile simile a quello in cui sono cresciuta io piuttosto che in una grande metropoli.”

 

DONNE CHE SOSTENGONO LE DONNE.

C’è una figura femminile a cui t’ispiri o che reputi importante per la tua vita?

Le mie nonne sono sempre state una grande ispirazione per me. Donne nate poco prima o durante la prima guerra mondiale, che hanno quindi vissuto due guerre, con tutto quello che questo poteva comportare. Nonostante le difficoltà si sono fatte in quattro per mandare avanti una famiglia e per far sì che i miei genitori potessero avere un futuro.

Un’altra è mia madre, che ha superato due tumori a testa alta, senza mai smettere di lottare per poter restare con le sue figlie. Non servono gesti eclatanti per rendere speciale una persona.

Ringraziamo Sara per questa bella, importante chiacchierata. Siamo sicure che ci siano donne che sognano lo stesso suo sogno. Vogliamo dire loro che è possibile intraprendere la strada che si desidera.

Vogliamo dire che è un nostro diritto sentirci Sognatrici. Donne capaci di credere nei propri progetti di vita, di immaginarli e realizzarli con gioia, dedicando loro la cura che meritano.

 

TUTTO CIÒ CHE OCCORRE È DENTRO DI NOI.

Non potevamo lasciare Sara senza la domanda finale: Ti senti una Sognatrice?

“Ovvio che sì! Il fatto che ora lavori in Formula Uno non mi impedisce di continuare a sognare per il futuro.”

Tanti auguri, Sara, per il tuo futuro e per il tuo presente.

E a tutte le donne che si stanno chiedendo: “Potrei io?” la risposta è sì, certamente sì! Tutto ciò che occorre è dentro di noi. La forza, il coraggio, la determinazione.

 

 

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